Ad aprile ho già parlato ampiamente dello scontro tra Berlusconi e Fini, o se preferite tra quelli che ho definito "il Dittatore" e "il Fascista Smemorato". Ieri sera Berlusconi ha preso le redini in mano violentemente e ancora una volta il suo animo dittatoriale ha vinto sulla falsa facciata democratica. Il Dittatore ha detto:"non sono più disposta ad accettare il dissenso" che letto con un minimo di onestà intellettuale vuol dire "non sono più disposto ad accettare voci che non siamo la mia". E così ancora una volta il partito della libertà si dimostra un inesistente involucro di burattini che non possono in alcun caso pensare e parlare con la propria testa, punizione: non far più parte dell' Opera dei Pupi.
Fini verso le 15:00 ha replicato:"Io non mi dimetto da presidente della camera... Ieri è stata scritta una brutta pagina nel centro destra... la legalità deve essere rispettata assieme alle regole... non si deve confondere garantismo con impunità."
Indipendentamente dagli ideali politici non posso non concordare con Fini al quale in ogni caso rinnovo la mia critica di sapere già chi fosse e come la pensava Berusconi da molti anni e di essersi in ogni caso fatto attaccare i fili da marionetta mettendo da parte i suoi ideali per lungo tempo, ideali che non condivido, ma che in ogni caso avevano una collocazione filosofica e storica precisa e che si portavano dietro le conseguenze del proprio essere, a differenza degli inconsistenti e demagogici pseudo-ideali Berlusconiani basati sul potere personale e sull'idea della Dittatura mascerata da Democrazia, fondati sulla abissale retorica nascosta nella parola libertà.
venerdì 30 luglio 2010
venerdì 23 luglio 2010
Dittatura Democratica
Il Partito Della Libertà ha animo dittatoriale. L'ha sempre avuto sia per nascita che per evoluzione. Non è permesso avere idee diverse da quelle del Grande Capo. Ci hanno raccontato che al suo interno si discute, ma che alla fine ci si presenta con un'unica voce perché questo fa un partito coeso. E questo è l'obiettivo a cui qualunque soggetto politico tende, ma le difficoltà sono molte, o lo dovrebbero essere. La “discussione”, per definizione, porta in se una divergenza di vedute, altrimenti non avrebbe ragione di esistere. Si cerca, questo si auspica, di trovare un punto di contatto, di sovrapposizione, dal quale partire per arrivare alla soluzione migliore. Nel caso del Pdl la soluzione finale è quella che vuole Berlusconi. Ora le possibilità sono solamente due: o Berlusconi fa sempre la scelta migliore, alla quale infine tutti si piegano, oppure tutti si piegano e basta, perché non c'è mai stata la possibilità reale di una discussione. La prima ipotesi è chiaramente falsa e questo non perché lo dica io, ma perché lo dice lo stesso Berlusconi che smentisce, ritratta, rinnega le sue stesse scelte continuamente, solo perché in quel preciso momento una nuova via gli sembra più adatta ai suoi scopi, che in nessun caso coincidono con quegli degli italiani se non nella propaganda. Berlusconi non ha mai avuto il coraggio delle proprie decisioni e ancor meno delle proprie dichiarazioni. Lui cambia con il vento, cambia le carte in gioco in modo che il suo potere, indipendentemente dai mezzi utilizzati, possa crescere. Ha identificato i suoi acerrimi nemici nella stampa libera e nella magistratura. Quest'ultima tenta di tanto in tanto, e con i mezzi che ha, e che si riducono sempre più, di portarlo in tribunale per una serie di serissime accuse sulle quali bisogna far luce, cercare risposte. E la risposta è sempre la stessa ed oramai si usa nelle discussioni tra amici come modo di dire, come fosse uno scherzo: “è tutta colpa dei giudici comunisti!”. Invece non è uno scherzo, non c'è da ridere c'è da indignarsi, arrabbiarsi. Le cose che stanno venendo fuori, nonostante tutti i tentativi di depistaggio, di insabbiamento, di omertà, sono che politici, giudici (non di area comunista), giornalisti, imprenditori, ma anche militari, servizi secreti, società massoniche segrete (Propaganda 2), hanno tramato dietro le quinte del potere, decidendo chi doveva essere messo in un preciso posto delle istituzioni per gestire processi, appalti, trattative Stato-Mafia, potere. Per decidere chi doveva vivere e chi morire. Il come è il quando della nostra vita.
La nostra è una dittatura silenziosa, che copre le sue sembianze di creatura malvagia, vestendo i panni rassicuranti della democrazia. Ma quella creatura ogni tanto dice che quella veste le sta stretta che forse si dovrebbe aggiustare un po', che non le da la capacità di movimento necessaria per fare quel che è necessario per il bene del Paese; quell'indumento tanto ingombrante e restrittivo è la Costituzione Italiana, ed una squadra di “sarti” sono già pronti con i loro strumenti per prendere le nuove misure della “nostra libertà”.
La nostra è una dittatura silenziosa, che copre le sue sembianze di creatura malvagia, vestendo i panni rassicuranti della democrazia. Ma quella creatura ogni tanto dice che quella veste le sta stretta che forse si dovrebbe aggiustare un po', che non le da la capacità di movimento necessaria per fare quel che è necessario per il bene del Paese; quell'indumento tanto ingombrante e restrittivo è la Costituzione Italiana, ed una squadra di “sarti” sono già pronti con i loro strumenti per prendere le nuove misure della “nostra libertà”.
lunedì 19 luglio 2010
19 Luglio, 18 anni dopo
Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, Paolo Borsellino. I primi 5 nomi sono rimasti nelle nostre orecchie per poco tempo, troppo poco. Sono stati elencati dopo la loro morte e classificati come la scorta di Paolo Borsellino.
Era il 18 Luglio del 1992 e faceva un gran caldo in Via D'Amelio a Palermo, nel pomeriggio arrivano due auto, scendeno alcuni agenti e subito dopo di loro il giudice. Poi un'altra bomba dopo quella di Capaci, ha fatto sentire il suo grido di morte. Il giudice Giuseppe Maria Ayala, arrivato pochissimo tempo dopo, quando ancora le forze dell'ordine ed i vigili del fuoco non avevano iniziato a "ripulire" la zona, inciampa in qualcosa, non cade, recupera l'equilibrio a stento e guarda; era il tronco del suo amico e collega Paolo Borsellino, un tronco senza più rami. I pezzi dei corpi erano ovunque, le fiamme ancora alte riempivano di nero fumo l'aria, i polmoni e l'animo di chi arrivava. "Non c'è più speranza... è finito tutto!" aveva detto il magistrato Antonino Caponnetto. Oggi sono passati 18 anni. quelle persone non ci sono più, tutte facevano il loro dovere per la comunità chiamata Stato in cui credevano. Oggi parte di quello stesso Stato si sta scoprendo essere stato tra i carnefici, e tutto sembra perdere senso, questo avviene sempre quando si è traditi e quello fu un tradimento. Ma più grave e che sono serviti 18 anni per iniziare a scoprirlo: persone, probabilmente coinvolte sono ancora in posti chiave delle istituzioni, e sempre meno di noi "cittadini" si indignano, ma come saltando a piè pari pezzi di una canzone di De Andrè e modificandola un po' "gettiamo la spugna senza nemmeno gran dignità".
Era il 18 Luglio del 1992 e faceva un gran caldo in Via D'Amelio a Palermo, nel pomeriggio arrivano due auto, scendeno alcuni agenti e subito dopo di loro il giudice. Poi un'altra bomba dopo quella di Capaci, ha fatto sentire il suo grido di morte. Il giudice Giuseppe Maria Ayala, arrivato pochissimo tempo dopo, quando ancora le forze dell'ordine ed i vigili del fuoco non avevano iniziato a "ripulire" la zona, inciampa in qualcosa, non cade, recupera l'equilibrio a stento e guarda; era il tronco del suo amico e collega Paolo Borsellino, un tronco senza più rami. I pezzi dei corpi erano ovunque, le fiamme ancora alte riempivano di nero fumo l'aria, i polmoni e l'animo di chi arrivava. "Non c'è più speranza... è finito tutto!" aveva detto il magistrato Antonino Caponnetto. Oggi sono passati 18 anni. quelle persone non ci sono più, tutte facevano il loro dovere per la comunità chiamata Stato in cui credevano. Oggi parte di quello stesso Stato si sta scoprendo essere stato tra i carnefici, e tutto sembra perdere senso, questo avviene sempre quando si è traditi e quello fu un tradimento. Ma più grave e che sono serviti 18 anni per iniziare a scoprirlo: persone, probabilmente coinvolte sono ancora in posti chiave delle istituzioni, e sempre meno di noi "cittadini" si indignano, ma come saltando a piè pari pezzi di una canzone di De Andrè e modificandola un po' "gettiamo la spugna senza nemmeno gran dignità".
domenica 18 luglio 2010
Magica Italia
Buon giorno a tutti.
La Domanda Sorge Spontanea: La NOSTRA Magica Italia è quella nello spot fatto da Berlusconi o questa riportata in quello che vi propongo?
La Domanda Sorge Spontanea: La NOSTRA Magica Italia è quella nello spot fatto da Berlusconi o questa riportata in quello che vi propongo?
giovedì 15 luglio 2010
Condanna di primo grado a Dell'Utri
Buon giorno a tutti, oggi ho deciso di pubblicare una ricostruzione della condanna di primo grado al senatore Marcello Dell'Utri. La ricostruzione è stata pubblicata su Il Fatto Quotidiano a cura di Travaglio e Gomez, che ancora una volta fanno un lavoro preciso sui fatti, mettendo, com'è giusto considerazioni proprie di tanto in tanto. In ogni caso tutte le parti virgolettate sono riportate direttamente dagli atti giudiziari. Di seguito riporto solo la prima parte su un incontro che ci sarebbe stato tra Berluscono Dell'utri e il capomafia Stefano Bontate, tutto il resto lo potete scaricare in formato PDF dal link alla fine assieme al link della sentenza completa.
_____________________________________________
Condanna di primo grado al senatore Marcello Dell'Utri.
Ricostruzione fatta Marco Travaglio e Peter Gomez su “Il Fatto quotidiano”
L'11 Dicembre 2004, dopo sette anni di processo, il Tribunale di Palermo condanna il senatore Marcello Dell’Utri a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa assieme all’amico Gaetano Cinà (6 anni per associazione mafiosa). La sentenza è emessa dalla Seconda Sezione: presidente Leonardo Guarnotta, giudici estensori Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari. Il 5 luglio 2005, i giudici depositano le motivazioni: la sentenza più pesante mai pronunciata da un tribunale su un parlamentare in carica.
1 Vertice Berlusconi – Bontate
Silvio Berlusconi, milanese, classe 1936, e Marcello Dell’Utri, palermitano, classe 1941, dicono di essersi conosciuti alla Facoltà di Legge dell’Università Statale di Milano nel 1961. Dell’Utri diventa il segretario di Berlusconi. Ma nel 1965 si trasferisce a Roma, dove dirige un centro sportivo dell’Opus Dei. E nel 1967 torna a Palermo, dove dirige l’Athletic Club Bacigalupo, squadra di calcio della borghesia palermitana, dove dice di aver conosciuto il giovane mafioso Vittorio Mangano, nonché Gaetano Cinà detto Tanino, titolare di una lavanderia e di un negozio di articoli sportivi nel quartiere Malaspina, considerato dai giudici un mafioso anche lui (è imparentato tramite la moglie con i capi della mafia dell’epoca: Stefano Bontate e Mimmo Teresi). Il tribunale descrive Mangano come un uomo di “particolare caratura criminale”, con una “fitta trama di rapporti con personaggi di spicco di Cosa Nostra operanti nel milanese”. E spiega che Mangano arriva ad Arcore per proteggere la famiglia Berlusconi dai sequestri di persona, allora frequentissimi. Lo raccontano decine di pentiti e lo conferma persino un testimone oculare: l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, molto conosciuto negli ambienti della Palermo bene perché proprietario di celebri locali notturni: “Di Carlo ha riferito dei buoni rapporti di amicizia intrattenuti nel tempo con Cinà. […] Tramite Cinà aveva avuto modo di conoscere Dell’Utri, presentatogli amichevolmente dal Cinà nei primi anni '70 in un bar vicino al negozio gestito dallo stesso Cinà [...] A breve distanza dalla sua presentazione a Dell’Utri, il collaborante aveva incontrato a Palermo il Cinà, mentre questi era in compagnia di Stefano Bontate e di Mimmo Teresi. Dovendo tutti recarsi a Milano nei giorni successivi, proposero di incontrarsi nella città lombarda e si diedero appuntamento negli uffici che Ugo Martello aveva in via Larga, nei pressi del Duomo di Milano. Dopo avere pranzato insieme in un ristorante, a Di Carlo venne proposto di accompagnarli a un incontro che avrebbero avuto di lì a poco con un industriale, tale Silvio Berlusconi, e con Dell’Utri. [...]”.
Ecco il racconto di quell’incontro dalla viva voce di Di Carlo: “A venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati. Una stretta di mano, con Tanino si è baciato, con gli altri si è baciato, con me no [...]. Con il Grado (il mafioso Nino Grado, ndr) che si conosceva bene hanno avuto battute di scherzo. Si è baciato anche con Stefano Bontate [...]. Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti... Certo non era quello di adesso senza capelli, aveva i capelli, era un castano chiaro, maglioncino a girocollo, una camicia sotto, un pantalone jeans, sportivo era comunque. [...] Tant’è che alla fine Cinà dice: “Stamattina... hanno fatto un’ora come le donne a truccarsi, a pitturarsi... Bontate e Teresi sembrava a chi dovevano incontrare, e quello è venuto in jeans e maglioncino!” [...]. Ci hanno offerto il caffè e quando arriva Berlusconi cominciano a parlare di cose più serie. Lavoro, ognuno che attività faceva. Teresi stava facendo due palazzi a Palermo: “Lei dottore sta facendo una città intera”. E lui: “Non c’è molta differenza... organizzare un’amministrazione, curarne due o curarne 20 [...]”. Berlusconi ha fatto 10 - 20 minuti di parlare, ci ha dato una lezione economica e amministrativa, perché aveva in costruzione una città 2, come chiamavano Milano 2”.
I giudici proseguono: “Durante l’incontro venne affrontato anche il discorso della 'garanzia’ e Bontate rassicurò il suo interlocutore valorizzando la presenza al suo fianco di Dell’Utri e garantendo il prossimo invio di 'qualcuno’ ”.
Di Carlo spiega: “A Milano succedevano un sacco di rapimenti, perché quando c’era Liggio fuori, quello aveva intenzione di portarsi tutti i soldi del nord a Corleone [...]. Aveva ragione Berlusconi di essere preoccupato [...]. Hanno detto che lui aveva dei bambini, dei familiari, che non stava tranquillo, avrebbe voluto una garanzia [...]. Berlusconi ha detto a Stefano: “Marcello m’ha detto che lei può garantirmi questo e altro”. Allora Stefano ha detto: “Lei può stare tranquillo: se dico io può stare tranquillo, deve dormire tranquillo, lei avrà persone molto vicine che qualsiasi cosa lei chiede avrà fatto e lei [...] rassicurandolo. Poi c’ha un Marcello qua vicino, per qualsiasi cosa si rivolge a Marcello [...] perché Marcello è molto vicino a noialtri” [...]. Noi di Cosa Nostra prima minacciavamo e poi ci andavamo a fare la garanzia, era una cosa normale in Cosa Nostra, altrimenti che bisogno ha uno di chiedere?”
Dunque ci fu – scrivono i giudici – “una richiesta di protezione al Bontate”. Ma Bontate fece una “proposta a Berlusconi, a conferma delle aspettative che il capo di Cosa Nostra riponeva in questo primo contatto”.
Di Carlo: “Bontate ci ha detto” (a Berlusconi, ndr): “Ma perché non viene a costruire a Palermo, in Sicilia?”.
Pm: Che cosa venne risposto?
Di Carlo: Con una battuta, un sorriso sornione: “Ma come, debbo venire proprio in Sicilia? Ma come, qua i meridionali e i siciliani ho problemi qua, e debbo venire...?”. E Stefano ci ha detto: “Ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”. Berlusconi anche lui alla fine ci ha detto che era a disposizione per qualsiasi cosa: lo dicevano a Marcello [...]. Bontate ebbe una buonissima impressione”.
Ricostruzione Prima sentenza Dell'Utri in PDF
Sentenza Completa Dell'Utri in PDF
_____________________________________________
Condanna di primo grado al senatore Marcello Dell'Utri.
Ricostruzione fatta Marco Travaglio e Peter Gomez su “Il Fatto quotidiano”
L'11 Dicembre 2004, dopo sette anni di processo, il Tribunale di Palermo condanna il senatore Marcello Dell’Utri a 9 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa assieme all’amico Gaetano Cinà (6 anni per associazione mafiosa). La sentenza è emessa dalla Seconda Sezione: presidente Leonardo Guarnotta, giudici estensori Gabriella Di Marco e Giuseppe Sgadari. Il 5 luglio 2005, i giudici depositano le motivazioni: la sentenza più pesante mai pronunciata da un tribunale su un parlamentare in carica.
1 Vertice Berlusconi – Bontate
Silvio Berlusconi, milanese, classe 1936, e Marcello Dell’Utri, palermitano, classe 1941, dicono di essersi conosciuti alla Facoltà di Legge dell’Università Statale di Milano nel 1961. Dell’Utri diventa il segretario di Berlusconi. Ma nel 1965 si trasferisce a Roma, dove dirige un centro sportivo dell’Opus Dei. E nel 1967 torna a Palermo, dove dirige l’Athletic Club Bacigalupo, squadra di calcio della borghesia palermitana, dove dice di aver conosciuto il giovane mafioso Vittorio Mangano, nonché Gaetano Cinà detto Tanino, titolare di una lavanderia e di un negozio di articoli sportivi nel quartiere Malaspina, considerato dai giudici un mafioso anche lui (è imparentato tramite la moglie con i capi della mafia dell’epoca: Stefano Bontate e Mimmo Teresi). Il tribunale descrive Mangano come un uomo di “particolare caratura criminale”, con una “fitta trama di rapporti con personaggi di spicco di Cosa Nostra operanti nel milanese”. E spiega che Mangano arriva ad Arcore per proteggere la famiglia Berlusconi dai sequestri di persona, allora frequentissimi. Lo raccontano decine di pentiti e lo conferma persino un testimone oculare: l’ex boss di Altofonte, Francesco Di Carlo, molto conosciuto negli ambienti della Palermo bene perché proprietario di celebri locali notturni: “Di Carlo ha riferito dei buoni rapporti di amicizia intrattenuti nel tempo con Cinà. […] Tramite Cinà aveva avuto modo di conoscere Dell’Utri, presentatogli amichevolmente dal Cinà nei primi anni '70 in un bar vicino al negozio gestito dallo stesso Cinà [...] A breve distanza dalla sua presentazione a Dell’Utri, il collaborante aveva incontrato a Palermo il Cinà, mentre questi era in compagnia di Stefano Bontate e di Mimmo Teresi. Dovendo tutti recarsi a Milano nei giorni successivi, proposero di incontrarsi nella città lombarda e si diedero appuntamento negli uffici che Ugo Martello aveva in via Larga, nei pressi del Duomo di Milano. Dopo avere pranzato insieme in un ristorante, a Di Carlo venne proposto di accompagnarli a un incontro che avrebbero avuto di lì a poco con un industriale, tale Silvio Berlusconi, e con Dell’Utri. [...]”.
Ecco il racconto di quell’incontro dalla viva voce di Di Carlo: “A venirci incontro è stato proprio Dell’Utri e ci ha salutati. Una stretta di mano, con Tanino si è baciato, con gli altri si è baciato, con me no [...]. Con il Grado (il mafioso Nino Grado, ndr) che si conosceva bene hanno avuto battute di scherzo. Si è baciato anche con Stefano Bontate [...]. Dopo un quarto d’ora, è spuntato questo signore sui 30 anni e rotti, e hanno presentato il dottore Berlusconi a tutti... Certo non era quello di adesso senza capelli, aveva i capelli, era un castano chiaro, maglioncino a girocollo, una camicia sotto, un pantalone jeans, sportivo era comunque. [...] Tant’è che alla fine Cinà dice: “Stamattina... hanno fatto un’ora come le donne a truccarsi, a pitturarsi... Bontate e Teresi sembrava a chi dovevano incontrare, e quello è venuto in jeans e maglioncino!” [...]. Ci hanno offerto il caffè e quando arriva Berlusconi cominciano a parlare di cose più serie. Lavoro, ognuno che attività faceva. Teresi stava facendo due palazzi a Palermo: “Lei dottore sta facendo una città intera”. E lui: “Non c’è molta differenza... organizzare un’amministrazione, curarne due o curarne 20 [...]”. Berlusconi ha fatto 10 - 20 minuti di parlare, ci ha dato una lezione economica e amministrativa, perché aveva in costruzione una città 2, come chiamavano Milano 2”.
I giudici proseguono: “Durante l’incontro venne affrontato anche il discorso della 'garanzia’ e Bontate rassicurò il suo interlocutore valorizzando la presenza al suo fianco di Dell’Utri e garantendo il prossimo invio di 'qualcuno’ ”.
Di Carlo spiega: “A Milano succedevano un sacco di rapimenti, perché quando c’era Liggio fuori, quello aveva intenzione di portarsi tutti i soldi del nord a Corleone [...]. Aveva ragione Berlusconi di essere preoccupato [...]. Hanno detto che lui aveva dei bambini, dei familiari, che non stava tranquillo, avrebbe voluto una garanzia [...]. Berlusconi ha detto a Stefano: “Marcello m’ha detto che lei può garantirmi questo e altro”. Allora Stefano ha detto: “Lei può stare tranquillo: se dico io può stare tranquillo, deve dormire tranquillo, lei avrà persone molto vicine che qualsiasi cosa lei chiede avrà fatto e lei [...] rassicurandolo. Poi c’ha un Marcello qua vicino, per qualsiasi cosa si rivolge a Marcello [...] perché Marcello è molto vicino a noialtri” [...]. Noi di Cosa Nostra prima minacciavamo e poi ci andavamo a fare la garanzia, era una cosa normale in Cosa Nostra, altrimenti che bisogno ha uno di chiedere?”
Dunque ci fu – scrivono i giudici – “una richiesta di protezione al Bontate”. Ma Bontate fece una “proposta a Berlusconi, a conferma delle aspettative che il capo di Cosa Nostra riponeva in questo primo contatto”.
Di Carlo: “Bontate ci ha detto” (a Berlusconi, ndr): “Ma perché non viene a costruire a Palermo, in Sicilia?”.
Pm: Che cosa venne risposto?
Di Carlo: Con una battuta, un sorriso sornione: “Ma come, debbo venire proprio in Sicilia? Ma come, qua i meridionali e i siciliani ho problemi qua, e debbo venire...?”. E Stefano ci ha detto: “Ma lei è il padrone quando viene là, siamo a disposizione per qualsiasi cosa”. Berlusconi anche lui alla fine ci ha detto che era a disposizione per qualsiasi cosa: lo dicevano a Marcello [...]. Bontate ebbe una buonissima impressione”.
Ricostruzione Prima sentenza Dell'Utri in PDF
Sentenza Completa Dell'Utri in PDF
domenica 11 luglio 2010
Spagna - Olanda: 1 - 0. PAUL VINCE ANCORA
venerdì 9 luglio 2010
Silenzio
Oggi c'è lo sciopero della stampa contro la legge bavaglio.
SILENZIO!!! Parla la "legge bavaglio"!!!
SILENZIO!!! Parla la "legge bavaglio"!!!
mercoledì 7 luglio 2010
Il POLPO è una scienza esatta
Aquilani a Roma: chiedono aiuto per la loro situazione, ma trovano la Polizia
E ancora la civiltà e i diritti delle persone vengono calpestate a Roma, sotto la residenza romana di Berlusconi. Sono arrivati gli aquilani stamane a Roma a chiedere aiuto al governo per cercare di risolvere, stavolta davvero, i problemi sorti dopo il terremoto dell'anno scorso. Ma hanno trovato la polizia e i carabinieri in tenuta antisommossa, la campagna elettorale è finita e L'Aquila non ha più importanza per il governo.
Dal primo luglio hanno ricominciato a pagare le tasse e tra pochi mesi dovranno iniziare a pagare gli arretrati, stiamo parlando di persone che non hanno più una casa e che al momento hanno ricevuto come risarcimento per la tragedia che hanno vissuto solo un sacco bello pieno di chiacchiere e di propaganda (e qualche casa, ma troppo poche), mentre le case vere per tutti non arrivano, gli alberghi che ospitano gli sfollati non vengono pagati, il sindaco della CittàFantasma non ha soldi per nulla e quindi sono venuti a Roma per chiedere aiuto. I poliziotti ed i carabinieri devono eseguire gli ordini e gli ordini erano di non fare arrivare la manifestazione sotto i Palazzi del Potere e sono stati eseguiti, ed hanno esagerato, delle persone già ferite dalla natura e offese dalle bugie dei politici sono state prese a manganellate, due sono contuse alla testa, il sindaco del L'Aquila è stato anch'esso colpito. Forse a volte in un paese civile, dove manifestare è un DIRITTO, i carabinieri come i poliziotti dovrebbero in coscienza decidere di non assolvere certi ordini se questi vanno contro i diritti che hanno giurato di difendere (la legge lo ammette). E' dovuto intervenire Di Pietro per ottenere il permesso di passaggio attraverso un posto di blocco. E' arrivato Bersani, che ogni tanto si sveglia, che a parlato con i manifestanti. Ma Il presidente del Consiglio è troppo impegnato in faccende importanti "per il popolo italiano" e non per se stesso, per aver tempo di parlare con quello stesso popolo che chiede attenzione e rispetto dei diritti civili. Questo è divenuto un paese senza diritti fondamentali per la gente normale e garantista anzi inattaccabile per i poteri forti; questa è una dittatura truccata da Democrazia, questa è la nostra Italia che pian piano sta perdendo la dignità perché la sua testa è malata, colpita da una malattia degenerativa che come l'alzaimer per gli anziani, la fa uscire in mutande, e non si ricorda più come tornare a casa, una casa che era governata dalla Costituzione e che ora è governata da persone implicate con la mafia, implicate direttamente o indirettamente non importa con attentati, in trattative dello stato con l'antistato. L'Italia è governata da persone che fanno manganellare gli aquilani che manifestano ed esultano per Dell'Utri che ha preso "solo" 7 anni per CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA, e definiscono "eroe" un mafioso come Vittorio Mangano.
AUGURI!
Dal primo luglio hanno ricominciato a pagare le tasse e tra pochi mesi dovranno iniziare a pagare gli arretrati, stiamo parlando di persone che non hanno più una casa e che al momento hanno ricevuto come risarcimento per la tragedia che hanno vissuto solo un sacco bello pieno di chiacchiere e di propaganda (e qualche casa, ma troppo poche), mentre le case vere per tutti non arrivano, gli alberghi che ospitano gli sfollati non vengono pagati, il sindaco della CittàFantasma non ha soldi per nulla e quindi sono venuti a Roma per chiedere aiuto. I poliziotti ed i carabinieri devono eseguire gli ordini e gli ordini erano di non fare arrivare la manifestazione sotto i Palazzi del Potere e sono stati eseguiti, ed hanno esagerato, delle persone già ferite dalla natura e offese dalle bugie dei politici sono state prese a manganellate, due sono contuse alla testa, il sindaco del L'Aquila è stato anch'esso colpito. Forse a volte in un paese civile, dove manifestare è un DIRITTO, i carabinieri come i poliziotti dovrebbero in coscienza decidere di non assolvere certi ordini se questi vanno contro i diritti che hanno giurato di difendere (la legge lo ammette). E' dovuto intervenire Di Pietro per ottenere il permesso di passaggio attraverso un posto di blocco. E' arrivato Bersani, che ogni tanto si sveglia, che a parlato con i manifestanti. Ma Il presidente del Consiglio è troppo impegnato in faccende importanti "per il popolo italiano" e non per se stesso, per aver tempo di parlare con quello stesso popolo che chiede attenzione e rispetto dei diritti civili. Questo è divenuto un paese senza diritti fondamentali per la gente normale e garantista anzi inattaccabile per i poteri forti; questa è una dittatura truccata da Democrazia, questa è la nostra Italia che pian piano sta perdendo la dignità perché la sua testa è malata, colpita da una malattia degenerativa che come l'alzaimer per gli anziani, la fa uscire in mutande, e non si ricorda più come tornare a casa, una casa che era governata dalla Costituzione e che ora è governata da persone implicate con la mafia, implicate direttamente o indirettamente non importa con attentati, in trattative dello stato con l'antistato. L'Italia è governata da persone che fanno manganellare gli aquilani che manifestano ed esultano per Dell'Utri che ha preso "solo" 7 anni per CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA, e definiscono "eroe" un mafioso come Vittorio Mangano.
AUGURI!
domenica 4 luglio 2010
Quando l’informazione diventa propaganda
Dal sito de IL FATTO QUOTIDIANO articolo di PETER GOMEZ
Per dimostrare che siamo tutti intercettati, il Tg della rete ammiraglia fornisce ai suoi telespettatori dei dati falsi
La situazione politica si arroventa. Il governo a causa della legge bavaglio traballa e al Tg1 l’informazione viene del tutto sostituita dalla propaganda. Mentre Silvio Berlusconi, dopo aver occupato venerdì sera gli schermi dei due principali telegiornali italiani, rilascia una nuova intervista al Tg4, i sedicenti colleghi della rete ammiraglia Rai scendono di nuovo in campo.
Questa volta, per dimostrare che siamo tutti intercettati, gli uomini di Augusto Minzolini forniscono ai loro telespettatori dei dati falsi. “I bersagli veri e propri messi sotto controllo ogni anno sono 130 mila”, dice il Tg1, “e chi ha parlato con questi è stato anch’egli ascoltato. Dunque i 130 mila devono essere moltiplicati e si arriva a milioni di italiani”. Bugie allo stato puro: perché i 130 mila bersagli non corrispondono al numero degli utenti, ma delle utenze intercettate (ciascun di noi possiede diversi apparecchi e schede e chi è abituato a delinquere le cambia più spesso degli altri).
Al tribunale di Torino, per esempio, quando scatta un’indagine con intercettazione vengono messe sotto controllo in media 10 utenze a persona. Infatti i malviventi sanno benissimo di poter finire sotto ascolto e allora usano apparecchi intestati ad altri, cambiandoli spesso. Gli investigatori partono così dai numeri di telefono ufficiali (magari quelli di casa) e ascoltano le telefonate per alcuni giorni finché la persona da controllare non chiama la moglie o la madre. A quel punto i primi ascolti vengono interrotti – difficile trovare uno spacciatore che utilizzi il telefono di casa – e si passa a controllare il cellulare giusto. Per questo le statistiche si gonfiano
Insomma i calcoli del Tg1 non stanno né in cielo né in terra (Chissà quanti di noi sono stati intercettati in questi anni…”, si chiede spaventata la giornalista). E anche a voler fare una media prudenziale ci si rende conto che le persone realmente intercettate nel nostro Paese non superano le 30mila unità . Sono poche o sono tante?
Dipende dai punti vista: ogni anno in Italia si compiono più di 3 milioni di reati. Tanto che sempre a Torino su 200mila fascicoli aperti, 25 mila dei quali contro indagati noti, i fascicoli in cui vengono richieste intercettazioni sono 300. Un’altra scoperta interessante si fa poi se si va a guardare per che tipo di crimini gli ascolti vengono autorizzati: quei 300 fascicoli, magari relativi a più persone, riguardano al 50 per cento il traffico di droga. E il rimanente va così suddiviso: 15 per cento omicidi consumati o tentati e reati contro la persona; un altro 15 per cento attiene poi alla criminalità organizzata”; 10 per cento violenze sessuali o pedofilia e ancora il rimanente 10 per cento reati commessi da colletti bianchi.
Il Tg1 tutto questo però non lo dice. E non dice nemmeno che il calcolo delle 130 mila bersagli intercettati (che come abbiamo visto va diviso almeno per cinque) è già sbagliato in origine.
Infatti i dati esatti al ministero non ci sono perché ciascuna utenza può essere ascoltata per 20 giorni al massimo, poi per proseguire occorrono le proroghe del giudice. Dunque il tutto va diviso per il numero delle utenze e delle proroghe.
Un fatto però è certo. Le milioni di persone sotto controllo indiretto esistono solo nella fantasia o nella malafede della rete ammiraglia della Rai. Che si guarda bene anche dal spiegare che i costi degli ascolti, ampiamente recuperati grazie ai sequestri di beni e capitali (380 milioni di euro solo per le indagini sui furbetti del quartierino del 2005) potrebbero essere annullati se solo lo Stato chiedesse alle compagnie di fornire gratis le linee (come accade in Francia o in Germania) e se si decidesse ad acquistare le macchine per intercettare che oggi affitta.
Ma quando l’informazione si trasforma in propaganda per sostenere le ragioni del potente di turno, i fatti scompaiono. E molti sedicenti giornalisti fanno carriera. Del resto hanno stomaco forte. Tutte le mattine si alzano e riescono sorridenti a guardarsi allo specchio.
Per dimostrare che siamo tutti intercettati, il Tg della rete ammiraglia fornisce ai suoi telespettatori dei dati falsi
La situazione politica si arroventa. Il governo a causa della legge bavaglio traballa e al Tg1 l’informazione viene del tutto sostituita dalla propaganda. Mentre Silvio Berlusconi, dopo aver occupato venerdì sera gli schermi dei due principali telegiornali italiani, rilascia una nuova intervista al Tg4, i sedicenti colleghi della rete ammiraglia Rai scendono di nuovo in campo.
Questa volta, per dimostrare che siamo tutti intercettati, gli uomini di Augusto Minzolini forniscono ai loro telespettatori dei dati falsi. “I bersagli veri e propri messi sotto controllo ogni anno sono 130 mila”, dice il Tg1, “e chi ha parlato con questi è stato anch’egli ascoltato. Dunque i 130 mila devono essere moltiplicati e si arriva a milioni di italiani”. Bugie allo stato puro: perché i 130 mila bersagli non corrispondono al numero degli utenti, ma delle utenze intercettate (ciascun di noi possiede diversi apparecchi e schede e chi è abituato a delinquere le cambia più spesso degli altri).
Al tribunale di Torino, per esempio, quando scatta un’indagine con intercettazione vengono messe sotto controllo in media 10 utenze a persona. Infatti i malviventi sanno benissimo di poter finire sotto ascolto e allora usano apparecchi intestati ad altri, cambiandoli spesso. Gli investigatori partono così dai numeri di telefono ufficiali (magari quelli di casa) e ascoltano le telefonate per alcuni giorni finché la persona da controllare non chiama la moglie o la madre. A quel punto i primi ascolti vengono interrotti – difficile trovare uno spacciatore che utilizzi il telefono di casa – e si passa a controllare il cellulare giusto. Per questo le statistiche si gonfiano
Insomma i calcoli del Tg1 non stanno né in cielo né in terra (Chissà quanti di noi sono stati intercettati in questi anni…”, si chiede spaventata la giornalista). E anche a voler fare una media prudenziale ci si rende conto che le persone realmente intercettate nel nostro Paese non superano le 30mila unità . Sono poche o sono tante?
Dipende dai punti vista: ogni anno in Italia si compiono più di 3 milioni di reati. Tanto che sempre a Torino su 200mila fascicoli aperti, 25 mila dei quali contro indagati noti, i fascicoli in cui vengono richieste intercettazioni sono 300. Un’altra scoperta interessante si fa poi se si va a guardare per che tipo di crimini gli ascolti vengono autorizzati: quei 300 fascicoli, magari relativi a più persone, riguardano al 50 per cento il traffico di droga. E il rimanente va così suddiviso: 15 per cento omicidi consumati o tentati e reati contro la persona; un altro 15 per cento attiene poi alla criminalità organizzata”; 10 per cento violenze sessuali o pedofilia e ancora il rimanente 10 per cento reati commessi da colletti bianchi.
Il Tg1 tutto questo però non lo dice. E non dice nemmeno che il calcolo delle 130 mila bersagli intercettati (che come abbiamo visto va diviso almeno per cinque) è già sbagliato in origine.
Infatti i dati esatti al ministero non ci sono perché ciascuna utenza può essere ascoltata per 20 giorni al massimo, poi per proseguire occorrono le proroghe del giudice. Dunque il tutto va diviso per il numero delle utenze e delle proroghe.
Un fatto però è certo. Le milioni di persone sotto controllo indiretto esistono solo nella fantasia o nella malafede della rete ammiraglia della Rai. Che si guarda bene anche dal spiegare che i costi degli ascolti, ampiamente recuperati grazie ai sequestri di beni e capitali (380 milioni di euro solo per le indagini sui furbetti del quartierino del 2005) potrebbero essere annullati se solo lo Stato chiedesse alle compagnie di fornire gratis le linee (come accade in Francia o in Germania) e se si decidesse ad acquistare le macchine per intercettare che oggi affitta.
Ma quando l’informazione si trasforma in propaganda per sostenere le ragioni del potente di turno, i fatti scompaiono. E molti sedicenti giornalisti fanno carriera. Del resto hanno stomaco forte. Tutte le mattine si alzano e riescono sorridenti a guardarsi allo specchio.
venerdì 2 luglio 2010
La nuova sentenza Dell'Utri
Buon giorno a tutti, oggi vi riporto una bella ricostruzione di Travaglio sulla nuova sentenza Dell'Utri. Vi assicuro che è il caso di leggerla in modo da avere altri elementi oltre i telegiornali per farsi una propria opinione.
In un Paese che crede assolti i prescritti Andreotti e Berlusconi, si può dire di tutto. Ma le corbellerie dette e scritte sulla sentenza Dell’Utri vincono il campionato mondiale della balla.
1) “Mangano è il mio eroe: in carcere gli fu chiesto di parlare contro me e Berlusconi. E se avesse inventato anche una minima cosa, una parolina contro me e Silvio, sarebbe uscito subito senza morire in cella di cancro. Poteva vivere raccontando qualsiasi falsità e non l’ha fatto. Poteva salvare la sua vita e tornare a casa” (Marcello Dell’Utri). Questo signore che parla di mafia citando i Fratelli Karamazov non ha mai spiegato chi avrebbe offerto a Mangano la libertà in cambio di bugie. Nessuna legge, nemmeno quella sui pentiti, garantisce libertà immediata a chi parla: chi l’avesse fatto avrebbe commesso un reato. Perché Dell’Utri, se sa chi è, non lo denuncia? Mangano, dopo gli 11 anni (1980-’91) scontati per mafia (processo Spatola) e droga (maxi-processo), fu riarrestato nel ‘99 per tre omicidi e condannato in primo grado a due ergastoli. Poco dopo fu scarcerato per motivi di salute e il 23 luglio 2000 morì di cancro ai domiciliari (non in cella). Nessuno, viste le imputazioni, poteva garantirgli di “uscire subito”. Né tantomeno di guarire dal cancro, che purtroppo colpisce sia in cella sia a piede libero.
2) “Bastava confermare che, quando parlavamo al telefono di un cavallo, sotto c’era la droga. Invece Mangano lo voleva vendere a Berlusconi, ma io gli dissi che a Silvio non interessava perché troppo focoso” (Dell’Utri). È la telefonata Mangano-Dell’Utri intercettata dalla Criminalpol il 14 febbraio 1980. Mangano: “Ci dobbiamo vedere”. Dell’Utri: “Come no? Con tanto piacere!”. M: “Le devo parlare di una cosa… Anzitutto un affare”. D: “Eh, questi sono bei discorsi”. M: “Il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo”. D: “Davvero? Ma per questo dobbiamo trovare i piccioli”. M: “Perché, non ce n’hai?”.D: “Senza piccioli non si canta messa”. Ora, se Mangano voleva vendere il proprio cavallo a Berlusconi, perché non dice “mio”, ma (rivolto a Dell’Utri) “suo”? Perché Dell’Utri, se il cavallo non era per lui, si preoccupa di non avere “piccioli”? E perché, in tutta la conversazione, non dice mai quel che inventa oggi, e cioè che Berlusconi non voleva il cavallo perché troppo focoso?
3) “Quando l’ho conosciuto, Mangano era avulso dall’ambiente mafioso. Ad Arcore ha lavorato bene. Dopo, come dice Dante, ‘che colpa ho io della sua vita rea?’” (Dell’Utri). Nel 1974, quando Dell’Utri lo ingaggia ad Arcore, Mangano ha 33 anni e ha già collezionato denunce, condanne e 5 arresti per assegni a vuoto, truffa, lesioni, ricettazione, estorsione, rapporti con narcotrafficanti e mafiosi. Per la questura di Palermo è già un “soggetto pericoloso”. Per i carabinieri Dell’Utri è perfettamente “a conoscenza del suo passato”. Ad Arcore dal 1974 al ’76, Mangano organizza sequestri, mette una bomba nell’altra villa di B., viene arrestato due volte in due anni per scontare pene su reati commessi prima. Tant’è che Dell’Utri, al processo, sostiene di averlo cacciato appena scoperto (molto tardi) che era un delinquente. Salvo poi continuare a frequentarlo e definirlo eroe.
E ancora:
4) “Sentenza comica, un mafioso part time, che è picciotto ma appena appena, sembra uno di quegli espedienti da commedia all’italiana” (Maurizio Belpietro, Libero). “Sentenza pilatesca, incoerente. I giudici mi fanno passare per mafioso fino al ’92, ma cadono in contraddizione: se fosse vero, la mafia non mi avrebbe mollato proprio nel ’92, quando poteva sperare nei veri vantaggi del potere, della politica” (Dell’Utri). Il discorso sarebbe ragionevole se la sentenza dicesse che Dell’Utri è mafioso fino al ‘92 e poi smette. Ma è impossibile che un giudice sano di mente sostenga una simile fesseria. I processi non ricostruiscono la storia. Affermano le responsabilità penali solo sui fatti dimostrati da prove oltre ogni ragionevole dubbio. Se un rapinatore imputato per 10 rapine viene condannato “solo” per 9, nessuno si sogna di affermare che, dopo quelle 9, ha smesso, o che prima era un galantuomo: semplicemente si dice che sono provate 9 rapine e il resto no. Cos’abbia fatto prima e dopo, lo si può immaginare; ma non è compito dei giudici, almeno fino a prova del contrario. Nessuno dice che dal 1993 Dell’Utri sia diventato buono: solo che le prove non bastano a condannarlo per il post-1992 (la formula “il fatto non sussiste” si sposa spesso con l’art. 530 comma 2 Cpp, che assorbe la vecchia insufficienza di prove: dalla motivazione sapremo se anche lui, come Andreotti, per gli anni più recenti s’è salvato per quel motivo).
5) “Dovevano assolvermi anche per il ‘prima’ del 1992, ma non l’han fatto per dare un contentino alla Procura. Per evitare lo schiaffo… Il problema è la Procura. Caselli e Ingroia sono potentissimi, in grado di condizionare l’ambiente. Spero di non trovare in Cassazione un giudice di Palermo” (Dell’Utri). Sostenere che 7 anni per concorso in mafia sono un contentino ai pm sconfitti, è ridicolo. Specie se lo fa un senatore della Repubblica. Dell’Utri è imputato per i suoi rapporti con Cosa Nostra dai primi anni ‘70 al ‘96: un quarto di secolo. In primo grado è stato condannato per fatti commessi fino al ’96. In appello “solo” fino al ’92: un quinto di secolo (ora, come per Cuffaro, sui fatti post-‘96 esclusi incredibilmente dalla Corte d’appello – dai contatti intermediati col latitante Palazzolo nel 2003-2004 ai rapporti con la ‘ndrangheta nel 2008 – si può aprire un nuovo processo).
6) “Difficile che a Palermo delle toghe abbiano il coraggio di mettersi contro altre toghe, quantomeno in processi che hanno risonanza” (Belpietro). Se è vero che i giudici di Palermo non osano mai dare torto ai pm, perché il Tribunale assolse Andreotti in primo grado? Perché la Corte d’appello, la prima volta, assolse Contrada? Perché Tribunale e Corte d’appello assolsero Mannino? Si è sempre detto (mentendo) che i “processi eccellenti” dell’èra Caselli sono finiti tutti nel nulla. Ora si dice (mentendo) che i giudici danno sempre ragione alla Procura.
7) “Il reato potrebbe cadere in prescrizione, perché tra breve saranno trascorsi i 20 anni. I giudici, condannando Dell’Utri, lo salvano” (Belpietro). La prescrizione, per il concorso esterno aggravato dalle armi e dal denaro, scatta 22 anni e mezzo dopo gli ultimi reati accertati: 1992 più 22 e mezzo fa 2014-2015. Cinque anni per il verdetto in Cassazione bastano e avanzano; il rischio prescrizione si concretizzerebbe in caso di annullamento con nuovo Appello e nuova Cassazione, ma l’annullamento potrebbe riguardare l’insostenibilità dell’assoluzione post-’92 e, allungando i tempi del reato, si allungherebbe la prescrizione.
“Il concorso esterno è una fattispecie di reato così generica ed evanescente da ricomprendere anche le semplici amicizie o frequentazioni, buone o cattive. Ci penserà la Cassazione a cancellare questa vergogna antigiuridica, come è puntualmente avvenuto con Mannino” (Il Foglio). La “vergogna antigiuridica” l’ha inventata Falcone nell’ordinanza del “maxi-ter” (1987): “Manifestazioni di connivenza e collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. È proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché correlativamente delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”. Quanto a Mannino, la Cassazione s’è ben guardata dall’affermare che il concorso esterno non esiste: ha soltanto ritenuto che, per lui, non fosse sufficientemente provato. Infatti la stessa Cassazione ha condannato Contrada a 10 anni per concorso esterno.
9) “Il dispositivo nega ogni relazione tra la discesa in campo di Berlusconi, il vero obiettivo del processo. Liquida come balle sesquipedali le rivelazioni di Spatuzza e Ciancimino. Le responsabilità nelle stragi e i collegamenti tra mafia e Forza Italia vengono archiviati” (Belpietro). “Crolla tutto il castello dei teoremi sulle trattative tra lo Stato e la mafia e sui mandanti occulti delle stragi” (Lino Jannuzzi, Il Giornale). “La sentenza assolve Dell’Utri dall’accusa più grave: quella di aver ordito un golpe mafioso con le stragi del ‘93” (La Stampa). “Un macigno sulla tesi FI-mafia-stragi del ‘92”(Il Riformista). “Ma le stragi no” (Il Foglio). Difficile che Ciancimino venga smentito, visto che non è stato neppure ascoltato dalla Corte. Di Spatuzza si può dire al massimo che mancano i riscontri, anche perché sono giunti in extremis e la Corte li ha respinti. Quanto a B., non è mai stato “il vero obiettivo del processo”, altrimenti la Procura avrebbe chiesto di rinviare a giudizio anche lui, invece l’ha archiviato. Dell’Utri non è imputato per le stragi (inchieste archiviate, per lui e per B.). Comunque la condanna comprende anche il 1992, l’anno di Capaci e via D’Amelio. Mai il processo Dell’Utri s’è occupato di trattative Stato-mafia e mandanti occulti delle stragi, su cui indagano Palermo, Caltanissetta e Firenze. Qui le uniche “balle sesquipedali” sono quelle di Belpietro, Jannuzzi e altri giuristi per caso.
10) “Resto senatore, fino a sentenza definitiva sono innocente” (Dell’Utri). Ma lui ha già una condanna definitiva a 2 anni e mezzo per false fatture e frode fiscale. Che ci fa un pregiudicato in Parlamento, a parte tenere compagnia agli altri?
In un Paese che crede assolti i prescritti Andreotti e Berlusconi, si può dire di tutto. Ma le corbellerie dette e scritte sulla sentenza Dell’Utri vincono il campionato mondiale della balla.
1) “Mangano è il mio eroe: in carcere gli fu chiesto di parlare contro me e Berlusconi. E se avesse inventato anche una minima cosa, una parolina contro me e Silvio, sarebbe uscito subito senza morire in cella di cancro. Poteva vivere raccontando qualsiasi falsità e non l’ha fatto. Poteva salvare la sua vita e tornare a casa” (Marcello Dell’Utri). Questo signore che parla di mafia citando i Fratelli Karamazov non ha mai spiegato chi avrebbe offerto a Mangano la libertà in cambio di bugie. Nessuna legge, nemmeno quella sui pentiti, garantisce libertà immediata a chi parla: chi l’avesse fatto avrebbe commesso un reato. Perché Dell’Utri, se sa chi è, non lo denuncia? Mangano, dopo gli 11 anni (1980-’91) scontati per mafia (processo Spatola) e droga (maxi-processo), fu riarrestato nel ‘99 per tre omicidi e condannato in primo grado a due ergastoli. Poco dopo fu scarcerato per motivi di salute e il 23 luglio 2000 morì di cancro ai domiciliari (non in cella). Nessuno, viste le imputazioni, poteva garantirgli di “uscire subito”. Né tantomeno di guarire dal cancro, che purtroppo colpisce sia in cella sia a piede libero.
2) “Bastava confermare che, quando parlavamo al telefono di un cavallo, sotto c’era la droga. Invece Mangano lo voleva vendere a Berlusconi, ma io gli dissi che a Silvio non interessava perché troppo focoso” (Dell’Utri). È la telefonata Mangano-Dell’Utri intercettata dalla Criminalpol il 14 febbraio 1980. Mangano: “Ci dobbiamo vedere”. Dell’Utri: “Come no? Con tanto piacere!”. M: “Le devo parlare di una cosa… Anzitutto un affare”. D: “Eh, questi sono bei discorsi”. M: “Il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo”. D: “Davvero? Ma per questo dobbiamo trovare i piccioli”. M: “Perché, non ce n’hai?”.D: “Senza piccioli non si canta messa”. Ora, se Mangano voleva vendere il proprio cavallo a Berlusconi, perché non dice “mio”, ma (rivolto a Dell’Utri) “suo”? Perché Dell’Utri, se il cavallo non era per lui, si preoccupa di non avere “piccioli”? E perché, in tutta la conversazione, non dice mai quel che inventa oggi, e cioè che Berlusconi non voleva il cavallo perché troppo focoso?
3) “Quando l’ho conosciuto, Mangano era avulso dall’ambiente mafioso. Ad Arcore ha lavorato bene. Dopo, come dice Dante, ‘che colpa ho io della sua vita rea?’” (Dell’Utri). Nel 1974, quando Dell’Utri lo ingaggia ad Arcore, Mangano ha 33 anni e ha già collezionato denunce, condanne e 5 arresti per assegni a vuoto, truffa, lesioni, ricettazione, estorsione, rapporti con narcotrafficanti e mafiosi. Per la questura di Palermo è già un “soggetto pericoloso”. Per i carabinieri Dell’Utri è perfettamente “a conoscenza del suo passato”. Ad Arcore dal 1974 al ’76, Mangano organizza sequestri, mette una bomba nell’altra villa di B., viene arrestato due volte in due anni per scontare pene su reati commessi prima. Tant’è che Dell’Utri, al processo, sostiene di averlo cacciato appena scoperto (molto tardi) che era un delinquente. Salvo poi continuare a frequentarlo e definirlo eroe.
E ancora:
4) “Sentenza comica, un mafioso part time, che è picciotto ma appena appena, sembra uno di quegli espedienti da commedia all’italiana” (Maurizio Belpietro, Libero). “Sentenza pilatesca, incoerente. I giudici mi fanno passare per mafioso fino al ’92, ma cadono in contraddizione: se fosse vero, la mafia non mi avrebbe mollato proprio nel ’92, quando poteva sperare nei veri vantaggi del potere, della politica” (Dell’Utri). Il discorso sarebbe ragionevole se la sentenza dicesse che Dell’Utri è mafioso fino al ‘92 e poi smette. Ma è impossibile che un giudice sano di mente sostenga una simile fesseria. I processi non ricostruiscono la storia. Affermano le responsabilità penali solo sui fatti dimostrati da prove oltre ogni ragionevole dubbio. Se un rapinatore imputato per 10 rapine viene condannato “solo” per 9, nessuno si sogna di affermare che, dopo quelle 9, ha smesso, o che prima era un galantuomo: semplicemente si dice che sono provate 9 rapine e il resto no. Cos’abbia fatto prima e dopo, lo si può immaginare; ma non è compito dei giudici, almeno fino a prova del contrario. Nessuno dice che dal 1993 Dell’Utri sia diventato buono: solo che le prove non bastano a condannarlo per il post-1992 (la formula “il fatto non sussiste” si sposa spesso con l’art. 530 comma 2 Cpp, che assorbe la vecchia insufficienza di prove: dalla motivazione sapremo se anche lui, come Andreotti, per gli anni più recenti s’è salvato per quel motivo).
5) “Dovevano assolvermi anche per il ‘prima’ del 1992, ma non l’han fatto per dare un contentino alla Procura. Per evitare lo schiaffo… Il problema è la Procura. Caselli e Ingroia sono potentissimi, in grado di condizionare l’ambiente. Spero di non trovare in Cassazione un giudice di Palermo” (Dell’Utri). Sostenere che 7 anni per concorso in mafia sono un contentino ai pm sconfitti, è ridicolo. Specie se lo fa un senatore della Repubblica. Dell’Utri è imputato per i suoi rapporti con Cosa Nostra dai primi anni ‘70 al ‘96: un quarto di secolo. In primo grado è stato condannato per fatti commessi fino al ’96. In appello “solo” fino al ’92: un quinto di secolo (ora, come per Cuffaro, sui fatti post-‘96 esclusi incredibilmente dalla Corte d’appello – dai contatti intermediati col latitante Palazzolo nel 2003-2004 ai rapporti con la ‘ndrangheta nel 2008 – si può aprire un nuovo processo).
6) “Difficile che a Palermo delle toghe abbiano il coraggio di mettersi contro altre toghe, quantomeno in processi che hanno risonanza” (Belpietro). Se è vero che i giudici di Palermo non osano mai dare torto ai pm, perché il Tribunale assolse Andreotti in primo grado? Perché la Corte d’appello, la prima volta, assolse Contrada? Perché Tribunale e Corte d’appello assolsero Mannino? Si è sempre detto (mentendo) che i “processi eccellenti” dell’èra Caselli sono finiti tutti nel nulla. Ora si dice (mentendo) che i giudici danno sempre ragione alla Procura.
7) “Il reato potrebbe cadere in prescrizione, perché tra breve saranno trascorsi i 20 anni. I giudici, condannando Dell’Utri, lo salvano” (Belpietro). La prescrizione, per il concorso esterno aggravato dalle armi e dal denaro, scatta 22 anni e mezzo dopo gli ultimi reati accertati: 1992 più 22 e mezzo fa 2014-2015. Cinque anni per il verdetto in Cassazione bastano e avanzano; il rischio prescrizione si concretizzerebbe in caso di annullamento con nuovo Appello e nuova Cassazione, ma l’annullamento potrebbe riguardare l’insostenibilità dell’assoluzione post-’92 e, allungando i tempi del reato, si allungherebbe la prescrizione.
“Il concorso esterno è una fattispecie di reato così generica ed evanescente da ricomprendere anche le semplici amicizie o frequentazioni, buone o cattive. Ci penserà la Cassazione a cancellare questa vergogna antigiuridica, come è puntualmente avvenuto con Mannino” (Il Foglio). La “vergogna antigiuridica” l’ha inventata Falcone nell’ordinanza del “maxi-ter” (1987): “Manifestazioni di connivenza e collusione da parte di persone inserite nelle pubbliche istituzioni possono realizzare condotte di fiancheggiamento del potere mafioso, tanto più pericolose quanto più subdole e striscianti, sussumibili – a titolo concorsuale – nel delitto di associazione mafiosa. È proprio questa ‘convergenza di interessi’ col potere mafioso che costituisce una delle cause maggiormente rilevanti della crescita di Cosa Nostra e della sua natura di contropotere, nonché correlativamente delle difficoltà incontrate nel reprimerne le manifestazioni criminali”. Quanto a Mannino, la Cassazione s’è ben guardata dall’affermare che il concorso esterno non esiste: ha soltanto ritenuto che, per lui, non fosse sufficientemente provato. Infatti la stessa Cassazione ha condannato Contrada a 10 anni per concorso esterno.
9) “Il dispositivo nega ogni relazione tra la discesa in campo di Berlusconi, il vero obiettivo del processo. Liquida come balle sesquipedali le rivelazioni di Spatuzza e Ciancimino. Le responsabilità nelle stragi e i collegamenti tra mafia e Forza Italia vengono archiviati” (Belpietro). “Crolla tutto il castello dei teoremi sulle trattative tra lo Stato e la mafia e sui mandanti occulti delle stragi” (Lino Jannuzzi, Il Giornale). “La sentenza assolve Dell’Utri dall’accusa più grave: quella di aver ordito un golpe mafioso con le stragi del ‘93” (La Stampa). “Un macigno sulla tesi FI-mafia-stragi del ‘92”(Il Riformista). “Ma le stragi no” (Il Foglio). Difficile che Ciancimino venga smentito, visto che non è stato neppure ascoltato dalla Corte. Di Spatuzza si può dire al massimo che mancano i riscontri, anche perché sono giunti in extremis e la Corte li ha respinti. Quanto a B., non è mai stato “il vero obiettivo del processo”, altrimenti la Procura avrebbe chiesto di rinviare a giudizio anche lui, invece l’ha archiviato. Dell’Utri non è imputato per le stragi (inchieste archiviate, per lui e per B.). Comunque la condanna comprende anche il 1992, l’anno di Capaci e via D’Amelio. Mai il processo Dell’Utri s’è occupato di trattative Stato-mafia e mandanti occulti delle stragi, su cui indagano Palermo, Caltanissetta e Firenze. Qui le uniche “balle sesquipedali” sono quelle di Belpietro, Jannuzzi e altri giuristi per caso.
10) “Resto senatore, fino a sentenza definitiva sono innocente” (Dell’Utri). Ma lui ha già una condanna definitiva a 2 anni e mezzo per false fatture e frode fiscale. Che ci fa un pregiudicato in Parlamento, a parte tenere compagnia agli altri?
Iscriviti a:
Post (Atom)




